Cecilia Gioria

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Cecilia Gioria è nata il 6 Marzo 1991 ad Alessandria. Dopo gli studi classici, si trasferisce a Milano per studiare Fotografia allo IED, Istituto Europeo di Design, dove si laurea nel 2014. Comincia subito a lavorare con l'autoritratto, ispirata da Cindy Sherman e Francesca Woodman. Fotografandosi, l'artista non si concede al narcisismo ma compie un'indagine su di sè, un lavoro di conoscenza del suo io, forse destinato a non trovare mai risposte. La costruzione delle sue immagini è frutto di geometrie interiori con cui convive e l'autoritratto diventa una cura, uno specchio, una lente d'ingrandimento volta verso l'interiorità. Comincia così a raccontare ciò che per nessuno è possibile vedere dal suo stesso punto di vista, lottando contro i propri demoni. Contemporaneamente si dedica alla scrittura: appunti e racconti di pura fantasia cominciano ad affiancare le fotografie, diventando a volte protagonisti dell'opera. Conduce poi una ricerca legata ai meccanismi della psiche, espressa attraverso illustrazioni e collage, oltre che intervenendo graficamente su oggetti che simboleggiano il suo passato con la scrittura creativa ed i flussi di coscienza. Malgrado la giovane età, ha già esposto i suoi lavori in importanti fiere d’arte, oltre che in mostre collettive e personali. Fiere d’arte: Photissima 2013 (Torino), MIA 2014 (Milano), PhotoBasel 2015 (Basilea, Svizzera). Mostre Collettive: Milano 2015, Galleria Sabrina Raffaghello Arte Contemporanea; Casale Monferrato 2016, Castello; Parma 2016, Associazione Culturale Artetipi; Venezia 2017, Giudecca 795 Art Gallery. Mostre personali: Mairano di Casteggio (Pavia) 2016, Fondazione Bussolera Branca; Torino 2017; Venezia 2017, Art Night Venezia. Il suo lavoro sta riscuotendo un crescente apprezzamento da parte del pubblico e l’attenzione dei media (nel 2017: Il Giornale dell’Arte – Vedere a Venezia, Un Ospite di Venezia, ArtPil.com). Attualmente Cecilia Gioria espone a Giudecca 795 Art Gallery, diventata sua galleria di riferimento.   
contatto personale: www.ceciliagioria.com

Opere di Cecilia Gioria

  • Mostre di Cecilia Gioria

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  • Testi Critici su Cecilia Gioria

    Da parecchi anni lavoro sul tema dell' identità in luoghi pubblici e privati, comunità psichiatriche, gallerie d'arte, centri sociali, studio privato. Lavoro sulle fotografie, gli album di famiglia delle singole persone, costruendo poi con altre immagini, ciò che ho definito autoritratti in movimento. Negli anni novanta lavoravo in un centro di salute mentale vicino a Milano, occupandomi della riabilitazione.
    La maggiore parte degli afferenti al servizio che usufruivano delle attività riabilitative avevano una patologia che, se non seguita, avrebbe potuto defluire nella cronicità, in una cronicizzazione fisica e mentale della loropersona. Svolgevano quindi attività riabilitative, il cui compito primario era di rompere l'assedio psichico, spesso persecutorio cui erano asserviti. Il loro comportamento si nutriva di continue ripetizioni, automatismi compulsivi, in cui i loro pensieri erano esiliati.
    Preludi della cronicità.
    Lavoravo con la macchina fotografica e la videocamera. Facevo dei ritratti fotografici.
    Chi voleva dei pazienti poteva essere fotografato, veniva di tanto in tanto anche un professionista. Sentivano un'attenzione nei loro confronti del tutto legittima perché per scattare un buon ritratto occorre una certa preparazione, bisogna investirci del tempo.
    Stessa cosa facevo con la videocamera. Questi ritratti hanno avuto la funzione di ripristinare un minimo circuito narcisistico, una minima riconsiderazione di sé.
    Lavorare con gli autoritratti è ancora più efficace, perché più fondante, riguardo alla propria ricompensa psichica. Certamente questi “scatti”non hanno risolto siffatte patologie, hanno avuto però la funzione di riattivare circuiti cerebrali, hanno elevato il tono dell'umore, ci sono state ricompense organiche, maggiore afflusso sanguigno, e ricompense psichiche, minime soddisfazioni narcisistiche. Le neuroscienze commenterebbero in tale modo questi risultati.

    Ho fatto questo preambolo perché mi sembrava doveroso nei riguardi del lavoro artistico di Cecilia Gioria.
    La sua opera è una continua esplorazione della propria immagine corporea aperta e scandagliata nella sua profondità viscerale, riguarda ciò che si nasconde sotto la pelle.
    I suoi lavori mi hanno colpito rispetto alla coincidenza di temi che io ho affrontato in una prospettiva clinica. Il suo, è un lavoro artistico sulla propria identità, che inizia inconsapevolmente nella scia di una cura.
    All'origine nella vita di Cecilia c'è il panico.
    Attacchi di panico che invadono il corpo e l'anima di Cecilia.
    Le ragioni apparenti ditali crisi sono conosciute.
    Cecilia non trova conforto e sollievo nella conversazione terapeutica per cui si rivolge alla medicina. Il farmaco che chiama principio attivo, entra nel suo corpo modificando i circuiti cerebrali, neurofisiologici, producendo un'attivazione di tutta la sua persona.
    Questa rivitalizzazione di se stessa, costituirà l'inizio del lavoro artistico di Cecilia che chiamerà Mappature del Principio Attivo. La sostanza incide sul cervello cambiando sostanzialmente la percezione delle cose e quindi della realtà circostante.
    Quest’attività sperimentale farmacologica del principio attivo, ricorda con le dovute differenze la sperimentazione della psichiatria statunitense, soprattutto dell'antipsichiatria inglese, degli anni 60 e 70.

    David Cooper, Ronald Laing in Inghilterra e il discusso Timothy Leary in California.
    La somministrazione  di LSD come farmaco psicoattivo in diversi contesti e a scopo terapeutico. Non voglio entrare nel merito, desidero solo ricordare che la sostanza agendo probabilmente sulla conduttività nervosa, sulle connessioni sinaptiche, produceva fenomeni di alterazione mentale che favorivano l'emersione di strati psichici  rimossi, non coscienti, ma presenti nella nostra vita mentale. Emerge un fenomeno di attenuazione o di breve sospensione della barriera tra il nostro io e la realtà esterna circostante. Cecilia non ha assunto dosi di LSD ma ha preso un farmaco per contenere il panico. Il farmaco associato al sintomo ha prodotto come già detto dei cambiamenti percettivi.
    Non voglio ripetere il commento che la stessa Cecilia fa della sua opera e del suo divenire attraverso i titoli che danno voce e specificità al suo progetto artistico. Mappature del principio attivo, Perimetri di lucidità apparente, Geografia encefalica. È un progetto di navigazione all’interno del proprio corpo biologico.

    Attraverso questi tre stati mentali rappresentati da immagini scorporate di se stessa, entriamo sempre di più nell’intimità del corpo organico, percepito in uno sguardo soggettivo, psichico.
    Non potrebbe essere altrimenti.
    Questo sguardo pertinente a ciascuno di noi, costruisce delle immagini e delle rappresentazioni che rendono più visibile qualcosa di molto saputo e riconosciuto, l’anatomia umana. Il lavoro di Cecilia è dare vita artistica, rendendola quindi visibile, alla neurofisiologia e all’anatomia della sua persona. È un lavoro di soggettivazione dell’organico. Che differenza c’è tra una fotografia di alcune parti del nostro cervello viste in una organizzazione anatomica e fisiologica, pertinente a un libro di testo di medicina, riguardo alle immagini che Cecilia scatta e ricombina dei suoi organi corporei?
    Da una parte c'è un'opera scientifica, dall'altra un'opera artistica.
    Si arriva in seguito a, c'era una volta, genealogia dell'inconscio.
    Una genealogia dell'inconscio descrive una mancanza, mentre una genealogia della perdita costituisce la memoria.
    La memoria ha una funzione fondante un'identità, testimonia l'appartenenza.
    Il passaggio nel percorso di Cecilia, interno alla sua identità, riguarda il movimento tra chi sono io e a chi appartengo. Andiamo verso una genealogia della memoria, la nostra biografia, che vogliamo ricostruire per la perdita che il passato, lo scorrere del tempo, ha su di noi. Questa perdita secca che è la vita di tutti noi, se lo desideriamo, può diventare memoria. Genealogia di ciò che abbiamo perduto nel corso del tempo.
    Diamo vita al passato, lo facciamo rivivere con le vecchie foto di famiglia o gli oggetti chiusi e nascosti nelle soffitte e nelle cantine. Andando in questi luoghi, si scoprono mondi, alcune volte dimenticati. Rivedere una soffitta, cantina, un vecchio sgabuzzino con all'interno le proprie cose, può avere la stessa incidenza mentale di andare a teatro o di rivedere un vecchio film. Certamente tutto ciò è estremamente soggettivo, ma per quanto possa essere soggettivo è difficile non avere la minima emozione o associazione nei confronti di oggetti o d'immagini che riemergono da un passato.
    È paradossale, ma le cose materiali, gli oggetti, le fotografie, perdurano rispetto alle nostre vite, rimangono le suppellettili, magari un po' sgualcite ma rimangono, noi umani ci dissolviamo quasi del tutto, loro no.
    Ricordo in uno dei tanti laboratori sull'identità, due donne ancora giovani, che avevano portato, oltre a una serie di fotografie loro e della propria famiglia di origine, due oggetti cui erano profondamente legati.
    La prima donna aveva portato con sé la cintura, la cinghia, del padre. Per lei rappresentava un segno di autorità e di violenza perpetuata su di lei, ma anche un segno di protezione in una certa qual ambivalenza.
    La seconda giovane aveva con sé un antico paio di ciabatte della madre che associava a ricordi di giochi infantili d'immedesimazione, se le infilava da piccola per imitarla.
    Oggetti domestici che venivano presi in un' aurea per certi aspetti feticistica, ma al contempo metafisica.
    Una delle cose più interessanti della produzione artistica di Cecilia, sono i suoi autoscatti in spazi domestici. Spazi che diventano altro, sono percepiti in un altro modo riguardo alla loro condizione naturale, diventando luoghi metafisici.
    La sua famiglia, la sua casa, gli oggetti disposti nella sua stanza sempre allo stesso posto, fermi nel tempo, fissano la stanza medesima in quel passato quotidianamente presente.
    I lavori di Cecilia sono molto spesso arricchiti dalla sua scrittura che non è affatto secondaria nell'economia dell'opera. Non sono veri e propri commenti. Sono descrizioni del suo stato d'animo. Mi pare che oggi il lavoro su tale identità sia concluso.
    Lei stessa, riguardo alla mia domanda di fare con me un laboratorio sul proprio autoritratto in movimento, mi ha detto che deve passare del tempo, perché ora rifarebbe probabilmente lo stesso lavoro.
    La sua è un'identità in parte archiviata e in parte in movimento.
    Il quadro che chiude il catalogo è altro, concettualmente e tecnicamente, rispetto a ciò che viene prima. La sperimentazione sul suo corpo in compagnia del farmaco è terminata.
    Sono curioso del suo lavoro artistico futuro, ma perché ciò avvenga bisogna realmente che qualcosa passi, attraversi, cammini.
    Eduardo De Filippo conclude una delle sue più drammatiche commedie con una chiosa in fondo umoristica o tragicomica sulla vita. “A da passa a nuttata”, dice e il sipario si chiude.
    Auguro a Cecilia che il sipario si apra sempre di più.
     

     Giovanni Castaldi